Ciao a tutti! Siamo la squadriglia Antilopi del Gruppo scout del Molfetta 2 e oggi vi parleremo
di uno dei posti da noi visitati:
Gravina Sotteranea
Gravina Sotterranea,candidata per la Capitale Italiana della Cultura 2028 e proposta per il riconoscimento dell’UNESCO, é dotata di 2000 ipogei che nascono nel 1600 circa.
Nella grotta da noi visitata, riscontriamo la presenza del tufo, materiale con cui venivano costruiti i palazzi di quel tempo. Il tufo veniva estratto dalle cave, a circa 15-20 metri, e aveva più funzioni: potevano essere delle cisterne che venivano utilizzate per raccogliere l’acqua piovana; cantine per la produzione e la conservazione del vino, data la temperatura costante tutto l’anno che variava tra i 10 e i 15 gradi, ma anche come Silos, cioè delle piccole stanze che venivano utilizzate per la conservazione del grano e dei cereali. Gravina prende il suo nome proprio per la

presenza di questi prodotti, di fatti Gravina deriva dal nome latino “Grana et Vino” che significa “Grano e Vino”, inoltre il suo stemma è rappresentato da una spiga di grano e da un grappolo d’uva.

Nella prima stanza si può notare un torchio vinario, risalente agli inizi del 1800 e realizzato in legno di quercia. Sotto il torchio possiamo notare la presenza di una pedana, realizzata in roccia impermeabile proprio per non permettere l’assorbimento del vino, su cui veniva posto un vaso contenente l’uva. Per ottenere il vino bisognava abbassare il torchio e il vino poi scorreva in un canale, una volta arrivato passava attraverso una piccolo foro, dove veniva versato in un vaso. Conservare o produrre il vino comportava un danno fatale per la salute dato che queste camere, essendo molto piccole, presentavano gradi molto alti di anidride carbonica, per cui si poteva morire. Per risolvere il problema, ed evitare la morte, decisero di creare delle grate da cui poteva uscire ed entrare aria pulita e in caso di pericolo si poteva comunicare con le cantine adiacenti.

Molti di questi sotterranei furono molto utili durante la II guerra mondiale poiché fungevano da Bunker, utilizzati dalle persone per ripararsi dall’attacco nemico. Proseguendo troviamo una specie di camino che prende il nome di pozzo nero, questo è scavato nel tufo ed era utilizzato dai proprietari per fare i loro bisogni. Successivamente, quando il pozzo era pieno, i materiali venivano ripresi e utilizzati come fertilizzanti e, per evitare sgradevoli odori, buttavano cenere o calce viva per coprire l’odore e igienizzare il pozzo. Sopra questo troviamo una statua riproducente una sfinge, instaurata molto tempo dopo, mostrante le differenze tra il tufo moderno (lavorato e levigato), avente un colore più chiaro, e quello antico (non trattato), avente un colore più scuro a causa della presenza di acqua e all’assorbimento di muffa, dato che il tufo è un materiale che tende ad assorbire.
Per estrarre il tufo gli operai creavano dei blocchi che erano portati in superficie e servivano per creare la casa del proprietario. Il muro della stanza sottostante è ricoperto di linee oblique che corrispondono ai lineamenti del pavimento, questi segni sono dati dai movimenti compiuti dagli utensili utilizzati dagli operai. Man mano che si scendeva in profondità venivano instaurati degli scalini costruiti con una tecnica detta “a palmo", questo perchè lo spessore di ogni scalino doveva essere grande quanto il palmo d'una mano. Il metodo che veniva utilizzato per staccare i blocchi dal pavimento era quello di utilizzare un piccone che creava la cornice del blocco, successivamente si utilizzavano dei martelli o delle seghe che aiutavano a staccare i blocchi, esercitando un ulteriore pressione sul pavimento. Una volta estratti, i blocchi potevano variare il loro peso tra i 100 e i 150 chili e bisognava tagliarli per portarli in superficie. Se i blocchi non erano abbastanza grandi gli operai potevano portarli a mano, se invece erano molto grandi e pesanti utilizzavano delle

carrucole montate e legate con delle corde le quali trasportavano i blocchi in superficie. Vicino alla parete troviamo un filo chiamato “Filo a Piombo” posto lì dagli speleologi per aiutarci a capire che le pareti non siano dritte e perpendicolari, ma tendono a restringersi in superficie creando una forma a campana che evitava il crollo dei sotterranei e delle cave durante i terremoti. Per creare la forma a campana, essendo il soffitto dritto, gli operai, una volta scesi in profondità, risalivano grazie a delle travi in legno che fungevano da impalcatura ed erano incastrate nel muro creando così dei buchi; una volta tolte le travi, i buchi servivano per mettere delle candele le quali servivano per fare luce. Per costruire tutto il sotterraneo ci sono voluti 150 anni.


I sotterranei erano anche delle cisterne che si alimentavano grazie all’acqua piovana. La cisterna era collegata alla cucina dell’abitazione situata al di sopra di essa in modo tale da fare rifornimenti in caso di mancanza di acqua. Dato che i sotterranei erano costruiti sotto le abitazioni dei proprietari la cisterna era privata solo alle persone nobili che potevano permettersela. Col passare del tempo la cisterna fu chiusa dal proprietario in seguito all'istituzione dell’acquedotto, e così facendo l’acqua rimasta sul pavimento si asciugò e generò quasi 1 metro di fango.
Continuando il percorso ci siamo imbattute in un secondo sotterraneo dove la struttura era simile a quello precedente, ma la differenza è che il secondo veniva usato come una vera e propria abitazione utilizzata durante il corso del Medioevo fino agli anni ‘50 del 900. Questo sotterraneo presenta più stanze le quali venivano condivise da più famiglie imparentate tra loro. Uno dei problemi più fastidiosi da affrontare era quello dell’infiltrazione d’acqua, perché quando pioveva ininterrottamente le grotte venivano allagate.


Un altro problema, era quello dell’assenza di grate, perciò l’aria non poteva essere cambiata con regolarità e le famiglie non potevano utilizzare il fuoco all’interno della grotta per riscaldarsi. Per non rimanere al freddo le famiglie decisero di sfruttare il calore degli animali vista la loro presenza all'interno del sotterraneo. All’esterno della grotta si facevano tutte le attività che non potevano essere fatte all’interno, come cucinare. Uno dei problemi più grandi, era la mancanza d'igiene, data la scarsa pulizia di quel tempo, e visto che all’interno del sotterraneo c’era un unico pozzo nero, che veniva utilizzato da più famiglie.


Una volta iniziate a costruire le case e le abitazioni vere e proprie, questi sotterranei vennero completamente abbandonati e resi dei veri e propri magazzini, dove la gente lasciava ciò che non usava più, oppure venivano utilizzati come delle stalle per metterci dentro gli animali; questo lo deduciamo dal ritrovamento di una vera e propria mangiatoia, realizzata negli anni ‘50. Durante il periodo della Peste e del Colera i poveri non potevano essere seppelliti quindi, siccome il corpo sarebbe stato bruciato, si diceva che l’anima del defunto non sarebbe riuscita a passare nell'aldilà. Le famiglie povere allora, per dare una degna sepoltura ai loro cari, decisero di metterli in una stanza del sotterraneo e così facendo crearono delle vere e proprie fosse comuni. Essendo poveri non potevano neanche entrare in chiesa, perciò incidevano delle vere e proprie croci sui muri dei sotterranei che venivano interpretate come simbolo di protezione contro le guerre, le malattie, ecc… L’ultima stanza del sotterraneo presenta uno strumento che veniva utilizzato per fare il vino. Questa volta però la tecnica utilizzata era diversa: il vino veniva prodotto con il Palmento, una vasca pavimentata dove all’interno c'erano i grappoli d’uva che venivano schiacciati con i piedi o con delle travi; successivamente il vino finiva in un rubinetto che lo portava nelle botti, queste poi venivano chiuse e messe in una camera per lasciar fermentare.
L'ultima tappa della nostra impresa è stata vicino al ponte romano o ponte acquedotto che collega Gravina. Il ponte fu fatto edificare dalla famiglia Orsini intorno al 1740 e il 1780. Il materiale utilizzato è il tufo, preso dalla parte nuova. Il ponte è detto romano anche se non è stato edificato da questi, ma solo perché riprende la loro forma tipica. È conosciuto anche come acquedotto perchè all’interno del muro sinistro c’è un piccolo tubicino, che viene sostituito periodicamente, in cui passa l’acqua. L’acqua viene raccolta dalla collina vicina, chiamata Botromagno, che all’epoca rappresentava il nucleo di Gravina; con l'arrivo dei romani questa venne chiamata Silvium, che in latino significa foresta, e divenne per questi un centro di appigionamento. Ancora oggi sulla collina possiamo trovare la restante parte della “Via Appia” che serviva a collegare Gravina con i principali porti della Puglia. I romani, quando abitavano a Gravina, trovarono una falda acquifera, un fiume sotterraneo, e grazie a questa hanno creato un acquedotto profondo 7 metri e lungo 3 chilometri e mezzo. La fine dell’acquedotto dei romani si trova all’interno di una casetta posta accanto al campanile della chiesa, posta dall’altro lato del ponte, nella cui è presente la “Vasca di decantazione” che serviva a ripulire tutta l’acqua dell’acquedotto. Quando fu edificato il ponte, all'interno della casetta, aggiunsero un tubicino, quello posto nella parte sinistra del muro, che serviva per portare l’acqua da una parte all’altra. L’acqua, una volta arrivata dalla parte opposta del ponte, veniva rilasciata all’interno di un pilone, un vascone utilizzato dalle donne negli anni ‘50 per lavare i panni. Nella parte adiacente alla collina si trova una vera e propria necropoli poiché i cimiteri venivano posti al di fuori della città.
